GLI ECHI DEL SUBLIME

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“GLI ECHI DEL SUBLIME”

Tre racconti scritti con la tecnica surrealista dell’automatismo psichico: “I diari di Godot”, “Io cavaliere… inesistente” e “Concerto per sordi”, dove rivivono i personaggi delle opere di Beckett, Calvino e Rostand. Passione, umorismo, sogni, poesia, libertà, leggenda e inconscio si intrecciano per creare un libro bello come “l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello!”

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GLI ECHI DEL SUBLIME

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Lezione: Pablo Picasso – Il desiderio acchiappato per la coda.

Alla classe V: studiate lo sviluppo del lavoro teatrale in sei atti, riportato qui di seguito.

Compito a casa: scegliete un’opera di Pablo Picasso tra quelle studiate e svolgete una ricerca tra immagini, video, recensioni, analogie con opere di altri artisti cubisti.

In classe, sarete invitati a drammatizzare alcune parti dell’opera e ad esprimere delle considerazioni personali.

Non tutti sanno che Picasso, per qualche mese, abbandona i pennelli per dedicarsi alla scrittura. Si mette a comporre poesie in spagnolo e in francese, piene di macchie e cancellature e, in alcuni casi, di disegni e colori.  Nel 1941, la Francia è occupata dalle truppe tedesche e Picasso si stabilisce nello studio di rue des Grands-Augustins, lo stesso utilizzato per dipingere Guernica.  La vita nella Parigi occupata non è cosa semplice.  L’urlo delle sirene risuona di continuo, le strade sono semideserte.  Picasso esce dal suo quartiere per andare a trovare la modella-amante Marie-Thérèse, in boulevard Henri IV, o per cenare con qualche amico alCatalan, un ristorantino a quattro passi da casa sua, soprannominato così in suo onore.  Per superare questo momento di tensione, l’artista cerca la libertà nella creazione, e questa volta utilizza la scrittura.  Prende un vecchio quaderno, sulla copertina scrive subito un titolo Le Désir attrapé per la queue (Il Desiderio acchiappato per la coda).  Disegna la prima pagina: si rappresenta in un divertente autoritratto, seduto al tavolo, con gli occhiali sulla fronte e la penna in mano.

picasso

Scrive un lavoro teatrale in sei atti, una farsa con personaggi che si chiamano Piedone, Angoscia grassa e Tortina, e che parlano solo di mangiare (ovviamente il cibo scarseggiava durante la guerra).  La scrittura dell’opera è automatica come quella dei surrealisti.  Quattro giorni dopo, il 17 gennaio, l’artista termina la farsa.  Tre anni dopo viene organizzata una lettura fra amici, dove ognuno ha la parte di un personaggio: gli “attori” sono Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Raymond Queneau, Michel e Louise Leiris, Georges e Germaine Hugnet.  Per tutti loro questa rappresentazione sarà un evento memorabile.

gruppo

Vi propongo una lettura del I atto fatta da Roland Penrose sul quaderno originale dell’artista [da Picasso. La vita e l’opera, Einaudi 1969] e, di seguito, un brano dal V atto.

Incominciò a scrivere un dramma che aveva concepito come farsa tragica o tragedia farsesca. La prima scena del primo atto incomincia col disegno di una tavola apparecchiata per un pasto, che consiste di prosciutto, pesce, vino e una testa d’uomo servita su un vassoio. Sotto la tavola ciondolano le gambe dei personaggi, i cui nomi sono scritti lungo il margine della pagina.

 

piedi

 

Eroe del dramma e Gros Pied, scrittore e poeta che vive in uno “studio d’arte”. L’amico, detto L’Ognon, è anche suo rivale nella passione per l’eroina, La Tarte. Questa ha una cugina, Sa Cousine, e due amiche, L’Angoisse Grasse e L’Angoisse Maigre. […] Questa strana brigata è pressoché interamente assorbita da tre cose: la fame, il freddo, l’amore. La loro conversazione, spesso intrisa di metafore poetiche, e altre volte di crudezza brutale. L’azione, accentrata intorno ai temi dell’amore e dei banchetti, termina immancabilmente in delusione. Ad esempio finisce male il lorodéjeuner sur l’herbe. Ecco le didascalie: Les Deux Toutous guaendo e leccando tutti quanti. Coperti di schiuma di sapone saltan fuori dalla vasca da cui escono anche gli altri bagnanti, vestiti come tutti in quest’epoca. Solo La Tarte ne esce completamente nuda, ma con le calze. Portano dei panieri pieni di cibo, bottiglie di vino, tovaglie, tovaglioli, coltelli e forchette. Preparano una grande colazione all’aperto. Arrivano alcuni impresari di pompe funebri con delle bare, vi cacciano dentro tutti quanti, inchiodano i coperchi e le portano via. Sipario.

Atto V, scena 2

La scena si svolge nella fogna camera da letto-cucina-bagno di villa delle Angosce.

L’Angoscia Magra. La fiamma delle mie malsane passioni attizza la piaga dei geloni innamorati del prisma domiciliato sugli angoli smussati dell’arcobaleno e la dissolve in coriandoli. Sono solo l’anima congelata incollata ai vetri del fuoco. Colpisco il mio ritratto con la fronte e vanto la mercanzia del mio dolore dinanzi alle finestre chiuse a ogni misericordia. La mia camicia stracciata dai rigidi ventagli delle mie lacrime morde con l’acido nitrico dei suoi colpi le alghe delle mie braccia, che trascinano di porta in porta la veste dei miei piedi e le mie grida. Il sacchetto di cioccolatini che le ho comprato ieri da Piedone per quaranta centesimi mi brucia le mani. Fistula purulenta del mio cuore, l’amore gioca a palline fra le penne delle sue ali. La vecchia macchina da cucire che fa girare i cavalli e i leoni della giostra scarmigliata dei miei desideri fa della mia carne pasta da salsiccia e l’offre viva alle mani gelate degli astri nati morti, bussando ai vetri della mia finestra la loro fame da lupi e la loro sete oceanica. L’enorme mucchio di ceppi aspetta rassegnato la sua sorte. Facciamo la minestra.

[Legge in un libro di cucina)

Un ottavo di melone di Spagna, olio di palma, limone, fave, sale, aceto, mollica di pane, mettere a cuocere a fuoco lento; ritirare delicatamente ogni tanto un’anima in pena del purgatorio; far raffreddare; riprodurre in mille copie su carta imperiale del Giappone e lasciar prendere il ghiaccio in tempo per poterlo dare ai polpi.

(Gridando dal buco di fogna del letto)

Sorella! Sorella! Vieni! Vieni ad aiutarmi ad apparecchiare la tavola e a piegare la biancheria sporca macchiata di sangue e di escrementi! Sbrigati, sorella mia, la minestra è già fredda e si sta screpolando in fondo allo specchio dell’armadio. Per tutto quanto il pomeriggio ho ricamato di questa minestra mille storie; sarà lei a raccontartele in segreto all’orecchio, se vuoi tenere per il dessert l’architettura del mazzolino di violette dello scheletro.

(L’Angoscia Grassa esce tutta spettinata e nera del sudiciume delle lenzuola del letto pieno di patate fritte, tenendo in mano una vecchia padella.)

L’Angoscia Grassa. Arrivo di lontano e abbagliata dalla lunga pazienza che ho dovuto seguire dietro il feretro dei guizzi di carpa che il grosso tintore, tanto pignolo nel fare i conti, voleva mettermi ai piedi.

L’angoscia Magra. Il sole.

L’Angoscia Grassa. L’amore.

L’Angoscia Magra. Come sei bella!

L’Angoscia Grassa. Stamani, quando sono uscita dalla fogna di casa nostra, subito, a due passi dalla grata, mi sono tolta le grosse scarpe ferrate delle mie ali e, saltando nella gora gelata dei miei dispiaceri, mi sono lasciata trasportare dalle onde lontano dalle rive. Supina, mi sono distesa su quell’acqua sudicia e ho tenuto per parecchio tempo la bocca aperta, in modo da bere le mie lacrime. Così anche i miei occhi chiusi accoglievano la corona di questa lunga pioggia di fiori.

L’Angoscia Magra. La cena è pronta.

L’Angoscia Grassa. Viva la gioia, l’amore e la primavera!

L’Angoscia Magra. Via, taglia il tacchino e serviti a dovere del ripieno. Il gran mazzo di angosce e di spaventi ci fa già cenni d’addio. E le valve delle cozze battono i denti, morte di paura sotto le orecchie gelate della noia. (Prende un pezzo di pane e lo intinge nel sugo). È sciapa e senza pepe, questa sbobba. Mia zia aveva un usignolo che tutte le notti cantava vecchie canzoni da osteria.

L’Angoscia Grassa. Riprendo un po’ di storione. L’acre sapore erotico di queste pietanze tiene in esercizio i miei gusti depravati per i piatti speziati e crudi.

L’Angoscia Magra. L’abito di merletto, che portavo al ballo delle ragazze tenuto il giorno funesto della mia festa, l’ho trovato tutto tarmato e pieno di macchie sull’armadio dei gabinetti; spasimava di acceso dolore sotto la segatura di tic-tac del pendolo. Se l’è messo di certo la nostra donna di servizio per andare a trovare il suo uomo.

L’Angoscia Grassa. Guarda: la porta viene di corsa. C’è dentro qualcuno che rientra. Il postino? No, è Tortina.

(Rivolgendosi a Tortina)

Entra, vieni a mangiare con noi. Come devi essere contenta! Dicci, come sta Piedone? Cipollotto è arrivato stamani pallido e disfatto, fradicio di piscio e ferito, con la fronte trapassata da una picca. Piangeva. L’abbiamo curato e consolato del nostro meglio. Ma era a pezzi. Buttava angue da ogni dove e gridava parole incoerenti come un pazzo.

L’Angoscia Magia. Sai, stanotte la gatta ha figliato.

L’Angoscia Grassa. Abbiamo affogato i gattini in una pietra dura, per la precisione in una bella ametista. Era bel tempo, stamani. Freddino, se vuoi, ma caldo.

Tortina. Sapete, ho incontrato l’amore. Ha le ginocchia sbucciate e mendica di porta in porta. Non ha più un quattrino e cerca un posto di controllore d’autobus periferico. È triste, ma lo aiuterà… si volta e vi dà un pizzicotto. Piedone ha voluto avermi, ed è stato lui a rimanerci. Vedete: sono stata troppo al sole, sono tutta una vescica. L’amore. L’amore. Ecco una moneta da cinque franchi, cambiatemela in dollari e tenete le briciole di pane degli spiccioli. Arrivederci per sempre! Buona festa, amici miei! Buonasera! Buongiorno a voi! Buon anno! E addio!

[Si alza la sottana, mostra il sedere e con un balzo salta dalla finestra chiusa, rompendo tutti i vetri.)

L’Angoscia Grassa. Bella ragazza, intelligente ma un po’ strana. Finirà male.

L’Angoscia Magra. Chiamiamo tutta quella gente.

(Prende una trombetta e suona l’adunata. Accorrono tutti i personaggi della commedia.)

Tu, Cipollotto, avvicinati. Hai diritto a sei sedie del salotto. Eccole.

Cipollotto. Grazie, signora!

L’Angoscia Grassa. Piedone, quanto a te, se sai rispondere alle mie domande ti do il lampadario della sala da pranzo. Dimmi, quanto fa quattro più quattro?

Piedone. Troppo e non un granché.

L’Angoscia Magra. Benissimo!

L’Angoscia Grassa. Benissimo!

L’Angoscia Magra (stappando una boccetta e mettendola sotto il naso di Puntatonda). Puntatonda, di che cosa sa?

|Puntatonda ride)

L’Angoscia Magra. Benissimo! Hai capito. Ecco una scatola piena di penne per scrivere. Sono per te. E buona fortuna!

L’Angoscia Grassa. Tortina, fa’ vedere i tuoi conti.

Tortina. Nelle mie poppe di scrofa ho seicento litri di latte. Prosciutto. Pancetta. Salame. Trippa. Sanguinaccio. E i miei capelli sono coperti di salsicciotti. Ho le gengive malva, lo zucchero nelle urine e le mani nodose per la gotta, piene di chiara d’uovo. Caverne ossee. Fiele. Cancri. Fistole. Scrofole. E le labbra tirate al miele e all’altea. Vestita con decenza, pulita, porto con eleganza i completi ridicoli che mi danno. Sono madre e perfetta donnina allegra e so ballare la rumba.

L’Angoscia Magra. Avrai un bidone di petrolio e una canna da pesca. Ma prima devi ballare con tutti noi. Comincia con Piedone.

(Musica. Tutti ballano, cambiando di continuo di dama e di cavaliere.)

Piedone. Rinvoltiamo le lenzuola usate nella cipria degli angeli e avvolgiamo i materassi nei rovi. Accendiamo tutte le lanterne. Lanciamo con tutte le nostre forze i voli di colombe contro le pallottole e chiudiamo a doppia mandata le case demolite dalle bombe. […] Tu! Tu! Tu!

[Sulla grossa sfera d’oro compaiono le lettere della parola Nessuno.]

Sipario.

frontespizio

Anche nella scrittura Picasso utilizza gli aspetti costanti e fondamentali delle sue opere pittoriche: l’erotismo, l’odio-amore verso la donna, le forme piene e dense della carne, la bellezza e il disgusto, il cibo come metafora della distruzione-costruzione, il lato circense del suo animo triste e squallidamente poetico, le contraddizioni, il vigore, la violenza e il sangue del suo essere matador.